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Posts Tagged ‘felicità’

A dirli tutti sono troppi. A pensarli paiono volati. A pensarli ora. Ma il diciotto è il mio numero fortunato. Ma anche il 13. Ma ogni numero è il mio numero fortunato. Da quando ci sei ogni giorno è il mio giorno fortunato. Da quando sei tornata. Cosa dire? Vorrei dirti tutto. E mi sembra povera ogni parola. Ma questa storia, questa storia meravigliosa, abbiamo cominciato a scriverla allora. E allora torno a raccontarti una poesia di ieri:
Quanto ci siamo amati
e quanto poi ci siamo amati
(barattando i nostri sospiri)?
molto ci siamo amati
e molto poco ci siamo amati
(il pudore è solo una serva gentile);
in fondo ci siamo scordati
– occhi attraverso gl’occhi –
senza per questo vederci
e molte parole abbiamo detto
ma molto poco è stato detto
e molto è stato taciuto
e ancor più è stato ignorato.

E dopo ancora a mentirci
perché scordare non serve e
la vita pare un battito di ciglia
quando stai per volare;
panni impacciano le mani
di esili drammi le inanellano,
si rompe il filo sottile d’argento
e il tempo fuggito si cerca
poiché del tempo avuto ben poco rimane.¹
E allora una poesia di oggi:
Queste parole
(povere parole)
aggrappate al mattino
avvinghiate al giorno
inseguite ogni sera
sussurrate ogni notte
queste parole
che divengono suono
che divengono sogno
che divengono respiro
che divengono bisogno
queste semplici parole
che divengono colore
che divengono segno
che divengono carta
che divengono poesia
queste parole sono
il ritmo del mio amore.²
Perché dire ancora? Oggi è il tuo giorno. Ogni giorno è il nostro giorno. MILLE E MILLE DI QUESTI GIORNI.


1] Da AL CHIARO DI LUNAXII – A MISURA DI…
2] Queste parole

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La paura dei venditori immigrati abusiviChe l’artista e/o l’intellettuale diano il meglio della loro opera in stato di “disagio” mi sembra una lettura romantica. Un concetto legato anche a certo passatismo che rimpiange un’epoca un po’ Bohèmienne. Ci si potrebbe soffermare anche a lungo a investigare su questo in relazione alla storia dell’arte, ma questo non mi sembrerebbe nemmeno il posto adatto. Vorrei invece parlare delle persone normali, quelle che come me nel loro massimo contributo all’arte e alla cultura riempiono uno spazio di parole inutile, a volte sgrammaticate, magari compiacendosene. Onestamente Ross ha sollevato un tema intrigante tra i viventi; tema poi rilanciato dalla cara amica Martina con un inaspettato inno alla speranza. Nella realtà credo che faccia sicuramente più notizia la “disgrazia” e che si rivelino assolutamente spesso più interessanti coloro che “piangono per professione”. Ciò permette noi di elargire quel sentimento molto egoistico che prende la denominazione di solidarietà così da sentirci migliori, più buoni. Persino quando condanniamo a morte le persone, vedi ad esempio certe posizioni sul respingimento dei barconi dei migranti, benché ne siamo consapevoli, abbiamo bisogno di affermare che, in quella guerra tra peones, non si tratta di razzismo né di avarizia, riusciamo a chiamarla solidarietà con un grande gioco molto acrobatico di ipocrisia. Io credo che ognuno debba misurarsi con la propria diversità, anche se spesso fatta di sfumature, e col proprio specchio. Che poi non di tristezza si tratta. E per ciò, non avendo nemmeno nessuna ambizione di spiegare o pontificare, ammetto in tutta onestà di non provare alcuna vergogna dai miei momenti di felicità e di non voler assolutamente formulare rinuncia. La felicità non è certo uno stato consolidato, è un fare sempre in divenire nel suo essere bisognoso di continua messa in discussione, verifica, superamento. Per me la vita ha senso come ricerca della felicità; e la ricerca comunque continua. Ciò che ci rende felici oggi, e ci basta, domani o anche fra un’ora potrebbe perdere il suo fascino e la sua attrazione. E’ tutt’altro che rado innamorarsi di un altro amore, anche per cercare un’età rimpianta, che pare appunto più felice. Non è perciò in ciò che provo né in quello che possono soffrire gli altri una sorta di condizione di rimorso con cui dovrei misurarmi e pagare la mia felicità. Nel mio caso potrei anche definirlo il raggiungimento di un progetto e il frutto di una paura; potremmo dirla codardia. La mia felicità è uno stato molto personale e privato, non deriva né si misura né prende vantaggi dall’infelicità altrui. A questo punto emozionato e curioso degli altri esseri umani ne incrocio il percorso con cautela, come un elefante nel classico negozio di porcellane. Non voglio il loro dolore perché vorrei evitare dolore a me e alcun senso di colpa. Cerco, per quanto possibile, che il mio rapporto con gli altri, chiunque essi siano, sia il più possibile indolore, non causa di sofferenze, sia che mi introduca nelle stanze dell’amore che in quelle dell’amicizia. Da ciò ne deriva che un mio stato di felicità non mi dà un senso di colpa ma sovente e relativamente semplicemente me ne dà uno di disagio. Per quanto nell’altro una sofferenza possa essere anche uno stato “necessario” nella sopravvivenza dell’individuo temo di essere frainteso, di offendere la sua sensibilità. Come ebbi modo di dire pavento la paura di essere invidiato quando invece vorrei condividere quel mio sorriso per lenire lo stato altrui, ma in verità spesso l’altra persona vuole una spalla su cui piangere e non si accontenta di un aiuto o di un consiglio. Credo, ma poi crediamo variamente quello che spesso non è e ci fa al momento comodo, di vedere relativamente quel bicchiere mezzo pieno. Io non ho certezze. Una cara amica mi diceva che resta in me, anche nella fatica e nel dolore, una gran voglia di vivere e un amore per le cose. La vita è un viaggio affascinante, certo spesso ci sono tappe di difficoltà, sono parte del gioco. Chiedetemi: porto sempre con me vivido il ricordo dei miei momenti più belli, sono quelli che riscattano qualsiasi fatica di vivere. Con la mia compagna ne parlo spesso e di lei ho molti di questi ricordi, il più bello invece è la nascita di mia figlia. Niente può rendere opaco quel ricordo. Sono state quelle ore che da sole valgono abbondantemente una vita.

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Luigino aveva la bicicletta nuova. La guardava senza parole, gli occhi spalancati fino a fargli male. La provò davanti casa inanellando giri su se stesso tutti uguali di circa quattro metri di diametro. Al cinquantadue o cinquantatre perse il conto e ricominciò. Solo il giorno seguente si fidò a farla uscire. Non era riuscito a dormire molto e se ne andò in silenzio. C’erano strade in salita e strade in discesa e strade bianche. Prese quella che conosceva bene e che lo portava anche alla sua scuola. Era mattino e in giro non c’era anima viva e faceva un freddo becco. Non era orario di messa. Pedalata dopo pedalata raggiunse e superò la fermata del bus. La foga voleva condurlo da ogni parte. Era bello il vento tra i capelli e la forza che gli trasfigurava i lineamenti. Passò per quel viottolo perché Naide lo vedesse. Passò innumerevoli volte finché lei non si affacciò al suo grido. Il sorriso di quella ragazzina intiepidiva l’aria intorno e valeva ancora più di tutto quello che lui aveva; anche quasi più della sua bicicletta nuova.

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Aveva preso penna e si era seduto davanti al foglio bianco; di un bianco imbarazzante, disarmante. Come poteva spiegare quello che non riusciva ad afferrare; a capire? Quella grande serenità incredibile. Indicibile. Tutta la confusione che aveva in testa. Quella folla di pensieri incapace di farsi uno solo. In verità non gli era ancora del tutto riuscito di liberarsi della dolcezza di un sogno appagante avvenuto in un sonno mite. Lo ricordava appena ma ne tratteneva quel gusto dolciastro con parsimoniosa pazienza. Si prese cura di se in quel mattino, fuori la temperatura era tepida e un sole irriverente attraversava la piazza e l’aria completamente trasparente. Guardandosi allo specchio non aveva nulla da rimproverarsi. Per un attimo fu solo mattino. Pensò a Ilenia con quella tenerezza e delicatezza che sempre gli restituiva il pensarla. Era stato proprio fortunato; mise la moka sul gas. L’amava ancora come il primo giorno e la loro passione era rimasta la stessa. Si era ripromesso solo di godersi di quella giornata di pausa, per il patrono. Niente era come si era immaginato anche se tutto era come sempre. In ufficio non aveva lasciato nulla in sospeso, non era solito farlo. La stima degli altri era il premio al suo impegno. C’era il pranzo nel microonde perché lei pensava a tutto e non sarebbe mai uscita senza provvedere sapendolo a casa. Forse avesse potuto essere con lui sarebbe stato diverso. Sotto la doccia si chiese se aveva mai conosciuto veramente la fatica.
Era sempre stato fedele alla sua dolce Ilenia. Non che gli fossero mancate le occasione ma l’avrebbe trovato stupido, e persino pericoloso. Non avrebbe mai accettato che solo un sospetto incrinasse la loro armonia. Non avevano avuto figli, ma questo non era un problema. Forse era stata una fortuna, lei aveva potuto dedicarsi solo a lui come lui a lei. A pensarci bene era un uomo felice e non si lasciava dietro nulla. La sera prima aveva anche finito di leggere “L’ombra del vento” e l’aveva riposto in libreria. Un buon libro è come un buon amico, a volte anche più paziente ed intimo. A volte è solo come un bambino. Che poi era un libro che parlava di un libro. Certo non era una cosa proprio insolita ma, al momento, non gli sovvennero altri esempi. Quel giorno Mariagrazia non sarebbe passata, era festa anche per lei. Cioè era proprio completamente libero e padrone del suo tempo. Si vestì senza pensarci ma con automatica cura data dall’abitudine. Forse l’acqua di colonia era un po’ troppo invadente. Avrebbe anche chiamato mamma ma l’avrebbe trattenuto troppo al telefono; in fondo era stato un figlio esemplare. Se nella sua energica maturità quella donna aveva conosciuto una qualche preoccupazione non gliel’aveva procurata lui. Quella che continuavano a definire povera donna era nella realtà vedova di un uomo che semplicemente se n’era andato; un mattino, senza dire nulla, si suppone per un’altra. Lui ormai era grande; lei, sua madre, non se ne era data pena che per poche ore. Poi era tornata a riversare tutte le attenzioni di cui disponeva su lui, sul figlio. Anche lei aveva contribuito a viziarlo. Non aveva mai nemmeno avuto il bisogno di chiedere; le sue donne erano già là, pronte. Se non è tutto l’amore è sicuramente molto.
Con Ilenia sembravano fatti per stare assieme, condividevano pressoché tutto, persino la stessa passione per i ritratti d’autore. Quelle pareti ne erano la testimonianza. Non avrebbe saputo dire cosa avrebbe fatto se non l’avesse incontrata. Sfiorò una tenera malinconia rivedendosi ragazzi, quando l’aspettava sotto casa, i loro primi appuntamenti; era graziosa allora, poi s’era fatta una splendida donna. Capiva perché fosse invidiato e lo leggeva negli occhi con cui gli altri la guardavano. Se ne sentì orgoglioso. Un pizzico gelosa lo era sempre stata. I suoi occhi fieri e decisi sembravano sufficienti a tenere a bada quasi tutte le attenzioni degli uomini. Non era stupida la sua Ilenia. Ed era stata anche previdente. E aveva provveduto anche per il loro futuro. Niente avrebbe potuto turbarli, niente che fosse stato possibile prevedere. Fece due rapidi calcoli: non dovevano niente a nessuno, e i soldi che aveva dato ad Alvaro sapeva fin da subito che difficilmente li avrebbe rivisti; era l’ultimo dei problemi.
Avrebbe voluto almeno lasciarle detto qualcosa. Che l’aveva amata e che continuava a farlo. Che era felice. Non gli riuscì di vergare nemmeno un rigo. Il foglio rimaneva silenzioso e lui provava una grande pigrezza e nessuna capacità di opporsi. Era quasi ancora una sonnolenza tiepida quella che lo avvolgeva. Prese una delle rose rosse secche e la poggiò sulla carta, come sperando che lei potesse capire, certo che non avrebbe potuto farlo. Semplicemente forse un uomo non era fatto per esserlo, felice. Ne provò una sorta di incomprensibile compassione. Si sporse dal poggiolo e si lasciò cadere.

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Riporto integralmente, non me ne voglia, il post dell’amico di rete Gians, titolato Bersagli, che dedicava a Cuncetta: Ci deve essere un modo per vivere senza recare dolore a nessuno, ne sono certo. Ogni giorno è un continuo calpestio di piedi, facendo finta di non essersene resi conto. A ogni azione, corrisponde una reazione, e in base a questo ci si può rendere conto della propria condotta di vita. Quando le reazioni negative, superano le positive è bene fermarsi e chiedersi se magari si sta sbagliando qualcosa. Ecco ora sono fermo, e penso dovrò restarlo per un pò.
Lui, normalmente, è sempre sintetico nei suoi scritti. Ora ci si può rivolgere a queste parole con ottiche diverse. In realtà nel post si possono riconoscere riferimenti a tutto e soprattutto ad alcuni sentimenti più o meno contigui, nonché al modo in cui guardiamo e ci relazioniamo con gli altri. Il commento sintetico che avevo cercato di mettere in calce voleva soffermarsi su quella parte del rapporto tra persone che riguarda la parola “amore”. In realtà il ragionamento dovrebbe comprendere il percorso “amicizia”, “amore”, “fare all’amore”, traslato attraverso la mediazione del possesso, dove almeno i primi due termini hanno una parte costruttiva comune.
Affermando che nell’uomo vi è una incapacità d’amare il commento, a questo punto, poteva apparire come pessimista. Il mio ragionare non vuole, e non deve, essere una riflessione sulla mia persona o solo su esperienze personali dirette. Io do per scontato che se l’uomo (l’essere umano) cerca una ragione nella vita non la può che trovare nell’inseguire la felicità o, meglio, nel credere di farlo. Questo dovrebbe realizzarsi in quel percorso, appunto, che va dall’amicizia fino all’amore (cioè nelle relazioni), in quel viaggio pieno di sfumature dove i confini possono diventare labili. Ma questo solo se accertiamo che l’uomo è naturalmente un soggetto sociale.
Agli schiavi neri d’America era proibito sposarsi. Si racconta che in alcuni casi l’uomo e la donna dessero una sorta di ufficialità e “sostanza” al loro rapporto, che voleva essere “continuativo”, superando a piedi uniti una scopa posata per terra. Dopo la rivoluzione di ottobre, sulle ipotesi Reichiane, fu abolito il matrimonio. Naturalmente l’esperimento ebbe vita breve e fallì. Due esempi agli antipodi per dire come il matrimonio, ma perché no? qualsiasi forma di rapporto tra persone, sia parte fondante dell’organizzazione del “essere sociale” e della costruzione di una “società”.
Fronte a ciò sta il fatto che l’uomo è essenzialmente egoista e individuo, ovvero che vi è un conflitto tra il suo microcosmo e il macrocosmo, cioè ciò che lo circonda. Il rapporto rende comoda la sua vita, ma all’interno il singolo continua ad inseguire le sue “libertà personali” sulle quali non riesce facilmente a mediare. Ma non voglio andare lontano. Non è nelle mie intenzioni. In un piccolo libro di Roberto Vecchioni (sì! Il cantautore-professore) dal titolo azzeccato e accattivante, “Le parole non le portano le cicogne“, la protagonista si chiede se era più difficile amare o essere amati. La cosa, a mio avviso, peggiore è una terza ipotesi: l’incapacità di amare. A parte questo credo che vi sia abbondante stupidità nell’essere umano visto che, spesso, gli sarebbe più facile raggiungere la felicità personale, e un equilibrio con gli altri, e invece inserisce nei rapporti stupide prove e difficoltà che rendono tali rapporti difficili quando non impossibili, anche quando non si spinge fino a forme parossistiche di “possesso” dell’altro.
Che l’uomo sia sempre più incapace di vivere con gli altri (ma anche con sé stesso) mi sembra sotto l’occhio quotidiano. E’ vero che poi si inserisce una etica forzosa, atta a mediare i rapporti sociali, salvo poi che lo stesso uomo torna bestia al solo mancare la luce elettrica. Evadendo dal rapporto a due vorrei solo concludere queste riflessioni inconcluse ricordando che, quando si parla di pacifismo, spesso ci si scorda che per “costruire” la pace devono essere d’accordo tutti i soggetti interessati, ma per la guerra basta che si decida a farla un semplice e unico pazzo, o politico, tra i soggetti coinvolti.
Quanto sopra non mi impedisce di amare (violentemente) le persone (non solo la donna, come osservavi acutamente tu¹) e, spero, senza eccessivi egoismi.


1] A un mio post Gians osservava come nutrissi un grande amore non per una donna ma per la donna. Naturalmente quell’accenno all’impocrisia nel titolo non è minimamente riferito alle osservazioni dell’amico Gians.

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