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Archive for 23 marzo 2018

Piccoli gialli italiani4. Certo che io, Bernardo Carafa, apprendista giornalista, ho una mia teoria. Renderebbe tutto più semplice. Probabilmente non resterebbe un solo reato insoluto. A dispetto delle prassi usuali si dovrebbe capovolgere tutto. Basterebbe cominciare dalla fine. Alla faccia di tanti esperti. Perché siamo tutti Montalbano. Se noi partiamo invece dal colpevole è tutto più semplice. Con in mano il nome del reo è un momento capire il come. E il genere del crimine. Anche in caso di morto ammazzato. Viene poi abbastanza facile arrivare al perché. A questo punto dare un nome alla vittima è uno scherzo. Viene da solo, naturalmente. Non serve un genio per capirlo. Sto lavorando per affinare questa mia ipotesi di tecnica di indagine. Anche se so che alla polizia non troverò mai nessuno che mi dia retta. Tutti pieni di presunzione e di sé.
Intanto la delinquenza dilaga. Nessuno lo dice, ma all’appello manca una ragazzina. Silenzio. Avrei scoperto che non avevano risposto in parecchie alle chiamate. Per le prime ventiquattro ore non si accettano denunce. Nelle seconde ventiquattro è ancora troppo presto. Dopo quarantotto si comincia a temere il peggio. Gli sbirri aspettano il ritrovamento del corpo. Comunque aspettano. Diversamente non può che trattarsi di ratto. O di una fuga. Ma già quella ragazzina, Venere, sembrava due. Ho incontrato una Venere uno parlando con i genitori; scontato. Secondo papi era solo una bambina. Una brava bambina. I ragazzi, no! ancora nemmeno ci pensava. Secondo mamma era un tipo sgobbone e molto giudiziosa. Amante solo dello studio. E dei libri. Non certo il tipo da scappare. Tutto troppo pulito e facile. Strano, a scuola non ci va da due settimane. E poco anche prima.
Loro non hanno il becco di un quattrino. Nemmeno un demente potrebbe pensare a un riscatto. Si vede da dove abitano. A questo punto vado al Centro. Aspetto la fine di una riunione organizzativa improvvisata, poi Afro, e mi racconta della Venere due: “Qualche volta passa. È un po’ che non la si vede. Se vuoi sapere come la penso: è scappata. Non ci sano santi né madonne. Ne abbiamo sei sette in fuga. Le teniamo un paio di giorni, poi devi rivolgerti all’associazione. Lei viene, quando viene, sempre con uno diverso. Ed esce con un altro, sempre diverso. Ci ha chiesto se avevamo posto. Ci abbiamo provato. Abbiamo dovuto stralciarla. Aveva troppe voglie e nessun pudore. Era scatenata. Ci poteva mettere nei guai”. Gli spiego che ha solo tredici anni. Mi guarda sorpreso. Mi spiega che non ha più nulla da imparare. Che ce ne sono parecchie di puttane già da bambine. Che ne sapeva sicuramente molto più di me e lui messi assieme e sommati. E Afro, anche perché sta lì, non è uno a cui manca l’esperienza o la materia prima.
Fatico a credergli: “C’era qualcuno in particolare”? Mi offre un tiro. Io faccio un cenno di diniego, con la testa e la mano. Mi guarda e i suoi occhi sono sentenza che non capisco un cazzo: “Troppi. Una volta l’abbiamo beccata, con uno sotto il palco, mentre il complesso ci dava dentro. E anche lei ci stava dando dentro. Capisci? Forse potresti chiedere a lui, ma non so come si chiama. È un fighetto che ho visto quella volta. Forse un’altra. Non so se ti sarà utile. L’hanno beccata anche con due”. “Ma non ha preso niente. E non aveva che pochi spiccioli in tasca. I suoi sono preoccupati e non battono chiodo”. “Non credo sia un problema. Gli spiccioli li sa trovare. È una da darla anche per un quarto di euro. Piuttosto… è che ha le vene bucate”. Penso che c’è chi non ha solo le mani, bucate. Non so più dove cercare, e quale delle due augurarmi di trovare.
È solo una sottile sensazione, che il sesso femminile badi più a me. A me aspirante narratore della città, soprattutto della sua cronaca nera. Mi parlano più volentieri. Mentre sto cercando di arare il mare la vedo e mi avvicino. A volte mi riuscirebbe bene introdurre un articolo. Con le ragazze mai. Non ho mai avuto facilità a iniziare un approccio. È l’inizio sempre la cosa più difficile. Un paio di volte, non di più, ho balbettato: “Posso offrirti un caffè”? Poi ho scoperto che era la formula del perdente. Dopo un paio di risatine. Per il resto non mi riesce a dire nemmeno quello.
Quando ancora ero ragazzino ho provato a fare due partite a calcio. Mi avevano messo subito in difesa. Sono stato bocciato già da allora. Gli inizi sono sempre stati tragici. Trovo un modo per abbordare quella Matilde. Penso un attimo come cominciare, da dove, poi vado diritto al sodo; con la cosa più stupida: “Hai notizie dall’Africa nera”? Non mi chiede chi sono, né che me ne frega: “Se intendi quel gran pezzo di merda di Baldo, nemmeno una cartolina”. È proprio vero che ha occhi irrequieti: “State ancora insieme”. Mi guarda, non so se con sospetto o con sufficienza: “Come potrei? Io sto con chi c’è”. Non posso evitare di dirlo, con il mio solito spirito involontario, rischiando una figura da culo: “Io ci sono”. Sta quasi per ridere: “Vedo che ci sei”.
Cerco di spiegarle chi sono in due parole. Non sembra troppi intenzionata ad ascoltare. Intanto non andiamo né di qua né di là. L’unica nota positiva e che non si schioda. Non mi lascia lì come l’ultimo pirla. Se sapessi interpretare le espressioni dire che è solo un poco seccata. E insofferente. “E allora… vedi”… “Sei tu quello che ha preso il suo posto”? “Quale”… “Quello di Afro”. Alzo le spalle. Mi riesce sempre bene. Mi azzardo a proporlo: “Credi che potremmo prenderci un caffè”? Deve avere una profonda antipatia per le convenzioni: “Se devo farlo con qualcuno preferisco uno spritz. Ma non vado mai con chi ha tempo da perdere. In chiacchiere. Con chi non mi ha mai filata. Né mai toccato nemmeno di striscio. Nemmeno una tetta”. Non me lo faccio ripetere: “Se è per questo provvedo subito”. Se non importa a lei chi ci vede, allora, a me interessa meno e non mi metto fretta.
Ha un modo tutto suo nelle relazioni: “Posso sapere chi sei”? Intanto mi lascia fare. Lascia passeggiare la mia mano curiosa sopra la sua maglietta. Qualcuno ci vede e finge di non vederci. Siamo in mezzo alla strada. Ho una grande curiosità ed è un vasto universo da esplorare: “Sono Bernardo, Solo Nardo tra noi. Sì! scrivo per quel paio di giornali”. “Che ne dici? Qual è la scusa per tanto nuovo interesse? Se posso”… Avrei solo bisogno almeno di un altro paio d’ore: “Solo… che… lui mi ha parlato bene di te” . Non so cosa abbia da rimproverarmi. Se non la mano. Di quella sembra nemmeno accorgersene. La cosa, anzi, la diverte. Mi ha sgamato, ne sono certo. Non fa una piega.
Però sembra esserci stancata. Allo stesso tempo sembra annoiata. Così mi coglie completamente di sorpresa: “Se è per scopare, mi spiace. Mi hai trovata con le mie cose”. In lei sembra quasi naturale. Mondo bestia. Mi legge la delusione. Per fortuna è una veramente generosa. È veramente filantropica: “Se ti accontenti ti accontento in un attimo”. Con Bice sto ancora, eternamente, ai preliminari. Anche se non so vorrei capire: “Sono uno che si sa accontentare”. “Hai un buco”. Sono desolato. Impreparato. Cerco di pensare in fretta. Niente: “Veramente”… Si guarda intorno: “Ho capito, vieni con me”. Me l’avevano descritta bene, ma lei è di più di bene; di qualsiasi descrizione.
Mi porta in un angolo dove non passa quasi mai nessuno. Quasi. Ci sediamo su un gradino. Cosa mi posso ancora aspettare? Potrebbe uscire qualcuno anche da quella porta. A lei sembra non importare. Non è che sono proprio tranquillo. Mi sento morire. E poi è… il nostro primo appuntamento. O qualcosa di simile. Tutto succede che quasi nemmeno me ne accorgo. Forse è per quello. Fatico. Cioè è lei che fatica. Non alza nemmeno gli occhi: “Sei il ragazzo di Beatrice”? Guardo la sua mano operosa. Non capisco quella curiosità. E cosa ne sa di noi: come la conosce: “In un certo senso”.
Riflette a voce alta: “Stai ancora con lei, con Bice”? Tutto mi va tranne parlare delle mie faccende. In quel momento: “Un po’ sì e un po’ no”. “Mi spiace”. Non le chiedo perché. “Ti va di essere il mio ragazzo”? Non mi informo degli altri. Non è il momento per le grandi decisioni: “Forse”. “Fatti sentire. Sai come trovarmi”. Anche se non è vero non voglio deluderla. Mentre temo che lo sto già facendo: “”. Mi controlla di sbieco: “Mi spiace per lui. Si vive una volta sola. Ho sedici anni. Mica li posso buttare. Sono così. Non mi basta una alla settimana. Figuriamoci una ogni mai. Già non andava quando andava. Quando era qui”. Credo parli di Baldo. Forse parla di Alvise. Forse di qualcun altro.
Mentre si dà alacremente da fare, e mi viene da piangere fra le sue dita, mi dice: “Ti piace. Dammi almeno un bacio. Non fare lo stronzo. Non sono mica una… E palpami almeno una maledetta tetta. Loro sono una condanna. Tutti non pensano che a loro. Per prima e unica cosa. Tutti tranne… te. Non ti piacciono”? Per piacere mi piacciono, fin troppo. Non ne ho mai avute così tante tra le dita. Ma al momento sto pensando ad altro. Anche se cerco di non deluderla. Non mi è sembrata nuova. Non mi sembrata nemmeno troppo esperta. Riprendo la mia indagine prima ancora di riprendere fiato. Quando sono tutto dentro un fazzoletto di carta: “Conosci una certa Venere”. “Lascia stare. Quella è una gran troia”. “I suoi la cercano”. “Devono andare dove passeggiano. Però è una che ha sempre fretta. Forse non è andata tanto lontano”.
Ora sembra voglia solo andarsene. Ha gli occhi che non guardano. La cosa non è stata semplice. Il resto si fa complicato. Mi lascia lì a riflettere. A cercare di riprendermi. Di capire cosa è successo. Pieno di domande e, già, di rimpianti. Gran belle tette, però. Molto generose. Poi cerco di pensare solo a quella Venere. Vado anche lì, dove mi ha detto lei, inutilmente. Di pazienza non ce n’è mai abbastanza. Qualcuno racconta di averla vista salire su quel treno. Dopo aver rifiutato un paio di proposte, più stravaganti che indecenti, vado anche al parchetto dietro il Centro. Sono passate quarantatré ore. Sembra che ci abbiano azzeccato. Intorno è pieno di tracce organiche. Della loro e di altre celebrazioni. Non c’è stata violenza.
Decido che traccerò un profilo di Venere uno. So che prometterà di non farlo più. So che c’entra anche quel ragazzo. Anche se sono tanti a cui piace il sesso bambino. Disposti a mettersi in fila. Ancora adesso. L’hanno trovata lì, calma e tranquilla. Vittima di una vita precipitosa. Donna in un corpo non ancora sbocciato. Confusa. Con la bava alla bocca. Con la gonna ma niente sotto. Senza più voglia di parlare. Soffocata da tutte le altre sue eccessive voglie di bambina viziosa. Ma questo resti tra noi. Non tutte le notizie si possono rendere pubbliche.

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